Una rondine (forse) non fa primavera: la nullità totale delle fideiussioni omnibus.



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Nota a App. Roma, Sez. III, 24 maggio 2021 (segnalazione dell’Avv. Monica Mandico)

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

 

Parte appellante eccepiva, nella propria comparsa conclusionale, la nullità, rilevabile d’ufficio, delle fideiussioni, per l’asserita violazione dell’art. 2, comma 2, lett. a), della l. n. 287/1990.

In via preliminare, la Corte d’Appello romana rileva come la comparsa conclusionale abbia la sola funzione di illustrare le domande e le eccezioni già ritualmente proposte nel corso del giudizio, per cui, consequenzialmente, nel caso il cui sia prospettata una questione nuova, il giudice non possa e non debba pronunciarsi al riguardo. Pur tuttavia, tale principio deve essere contemperato con la disciplina in materia di nullità, che, ai sensi dell’art. 1421 c.c., può essere rilevata d’ufficio, dal giudice, in ogni stato e grado del processo. Di talché, non può ritenersi preclusa agli appellanti la possibilità di sollevare la relativa questione nel corso del giudizio.

Ciò premesso, procedendo con l’esame della questione nel merito, la Corte territoriale richiama l’ordinanza n. 29810 del 12 dicembre 2017 della Suprema Corte di Cassazione, con la quale è stato rilevato come le fideiussioni redatte su modulo uniforme ABI siano violative del divieto di intese anticoncorrenziali, sancite dall’art. 2 della legge antitrust e, di conseguenza, devono considerarsi integralmente nulle: la relativa eccezione può essere proposta anche in corso di causa.

Nel caso di specie, dall’esame documentale dei contratti sottoscritti, è comprovata la riproduzione delle clausole di cui ai nn. 2, 6 e 8 dell’archetipo ABI censurato da Banca d’Italia, con il noto provvedimento n. 55/2005, da ritenersi nulli, essendo in contrasto con il summenzionato art. 2, comma 2, lett. a), l. n. 287/1990. Ne consegue l’inoperatività della garanzia fideiussoria, sì come affermato, in altra recente occasione, dalla medesima giurisprudenza di legittimità[1].

Segnatamente, l’art. 2, che obbliga il soggetto fideiussore «a rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi, o per qualsiasi altro motivo», assume il carattere di illecita gravosità per il fideiussore, che risulta costretto a tenere indenne la banca da vicende successive all’avvenuto adempimento, in evidente contrasto con l’art. 1953 c.c. (nell’ipotesi in cui, confidando sull’estinzione della garanzia, abbia trascurato di tutelare le proprie ragioni di regresso). La clausola de qua può, peraltro, implicare la deroga all’art. 1945 c.c. in tutti i casi in cui il soggetto debitore agisca nei confronti della banca per la restituzione di quanto ritenga di aver pagato in eccedenza rispetto al dovuto; invero, in tal caso, il fideiussore sarebbe impegnato a rimborsare somme che l’Istituto fosse tenuto a restituire all’originario debitore (senza poter far valere le eccezioni di pertinenza del debitore principale).

L’art. 6 attribuisce un termine eccessivamente lungo (di fatto coincidente con quello della prescrizione dei diritti verso il garantito) per far valere la garanzia fideiussoria. L’art. 8 consente al creditore, in sede di concessione del credito, di dedicare una minore attenzione alla validità o all’efficacia del rapporto instaurato con il debitore principale, potendo contare sulla permanenza.

L’estensione, integrale o parziale, della nullità non è un dato pacifico. A giudizio della Corte d’Appello di Roma, sebbene la giurisprudenza di legittimità non abbia definito espressamente la questione, deve essere esclusa l’applicabilità della nullità parziale, ex art. 1419 c.c., in quanto la gravità delle violazioni rassegnate, che incidono pesantemente sulla posizione del garante, aggravandola significativamente, in precipua considerazione dei valori di solidarietà, di rilevanza costituzionale e che permeano tutti i rapporti tra privati (dalla fase prenegoziale a quella esecutiva), non può che giustificare la sanzione dell’intera architettura contrattuale. In altri termini, onde assicurare la funzione sanzionatoria alla nullità, nascente da comportamenti precontrattuali e contrattuali caratterizzati da contrarietà alla buona fede e alla solidarietà sociale, è d’uopo applicare alla fideiussione la più grave forma di patologia, senza riconoscere alcun margine di operatività al principio di conservazione degli atti giuridici (con sopravvivenza delle restanti pattuizioni e la correlata sostituzione eteronoma di clausole, ai sensi dell’art. 1339 c.c.). 

La nullità è, pertanto, totale.

 

 

Qui la sentenza.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ., Sez. I, 22 maggio 2019, n. 13846, già annotata in questa Rivista, con commento di A. Zurlo, Fideiussione omnibus e disciplina anticoncorrenziale, Fideiussione omnibus e disciplina anticoncorrenziale. | Diritto del risparmio.

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