Un presunto “disallineamento telematico” non incide sulla circostanza dirimente che l’ordine di investimento concerneva un titolo riservato ai soli clienti professionali.



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Nota a ACF, 18 maggio 2021, n. 3774.

di Donato Giovenzana

 

Nel caso in esame non è controverso che la ricorrente abbia disposto, tramite il sistema di internet banking, un ordine di investimento avente ad oggetto un titolo che era riservato, tuttavia, esclusivamente ai clienti professionali, qualità che pacificamente la ricorrente non possedeva. Sotto questo profilo è dunque configurabile sicuramente un grave inadempimento dell’intermediario, il quale, offrendo il servizio attraverso la propria piattaforma telematica, avrebbe dovuto garantire la corretta funzionalità di presidi volti, a monte, a rendere non disponibile il titolo per i clienti retail, quale era la ricorrente, e comunque di presidi finalizzati a non rendere possibile l’esecuzione di tali investimenti a clienti sprovvisti della qualità di clienti professionali.

Ciò non è invece accaduto, e a nulla rileva l’osservazione del resistente che la possibilità di impartire l’ordine pure su un titolo riservato ai soli clienti professionali sia dipesa da un non meglio precisato “disallineamento telematico”. Per sottrarsi a responsabilità l’intermediario avrebbe dovuto, infatti, dimostrare non solo di avere implementato il sistema in maniera tale da non rendere accessibile ordinariamente alla clientela retail i prodotti riservati alla clientela professionale, ma anche che nel caso in esame il suddetto disallineamento non sia dipeso da fatto a sé imputabile.

La circostanza che precede è dirimente.

Né al fine di escludere l’imputabilità del danno sofferto dalla ricorrente esclusivamente al fatto dell’intermediario si può far leva – come sostiene il resistente – sulla circostanza che la ricorrente avrebbe avuto consapevolezza della speciale destinazione dello strumento alla clientela professionale, in quanto avrebbe preso visione del regolamento del prestito. L’assunto della lettura di tale regolamento – che è stata implicitamente contestata dalla ricorrente, avendo la stessa dedotto, sin dalla presentazione del reclamo, di non aver avuto nessuna informazione riguardo alla destinazione dello strumento alla sola clientela professionale – non trova riscontro nelle evidenze in atti. Se, infatti, risulta plausibile che la procedura del sistema di operatività on line preveda un “pop up” bloccante che impone la visualizzazione di un’informativa sullo strumento che ci si accinge ad acquistare al fine di eseguire l’operazione, non è provato che nel caso di specie tale informativa sia stata costituita proprio dal citato regolamento (che è oltretutto un documento di venti pagine), atteso che l’acquisto è avvenuto a due anni dall’emissione del prestito. Del resto, almeno di norma, la documentazione resa disponibile ai clienti all’interno dei sistemi informatici è rappresentata dalla “scheda prodotto” più sintetica e di più agevole lettura: e tuttavia nel caso di specie l’unica scheda agli atti, quella prodotta dalla ricorrente, non conteneva alcuna informazione in grado di rendere edotta la clientela della circostanza che le obbligazioni erano riservate agli investitori professionali.

Gli inadempimenti dell’intermediario hanno sicura rilevanza causale nella produzione del danno sofferto in conseguenza della perdita di valore dell’investimento, giacché se il resistente avesse efficacemente organizzato il servizio la ricorrente non avrebbe potuto accedere ad un investimento che non era destinato alla clientela retail.

Il danno deve essere liquidato nella misura di € 97.934,09, pari alla differenza tra il capitale investito e l’importo netto delle cedole medio tempre percepito dalla ricorrente, in quanto solo l’importo netto e non anche quello al lordo della ritenuta può dirsi costituire utilità ritratta dalla cliente per effetto dell’investimento contestato.

 

 

Qui la decisione.

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