Il profitto del reato di autoriciclaggio legittimamente sequestrabile.



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Nota a Cass. Pen., Sez. II, 15 settembre 2020, n. 27228.

di Donato Giovenzana

 

Secondo l’ipotesi di reato formulata, il padre del ricorrente, essendo direttore di una banca, aveva sottratto somme di danaro a vari clienti, commettendo i reati di truffa e appropriazione indebita, trasferendo parte di tali proventi sul conto intestato alla s.a.s. della quale il figlio, individuato nella sostanza dell’accusa quale suo prestanome, era legale rappresentante.

Nel caso in esame, il procedimento penale è stato avviato nei confronti del padre del ricorrente, accusato di diversi reati di truffa e appropriazione indebita ed anche di autoriciclaggio. In particolare, secondo quanto emerge dal provvedimento impugnato, i beni intestati al ricorrente sono stati oggetto di sequestro finalizzato alla confisca ai sensi dell’art. 648 quater c. p. in quanto ritenuti profitto del reato di autoriciclaggio. L’ipotesi accusatoria è, infatti, quella secondo la quale il padre del ricorrente, ottenendo illecite somme di danaro quale profitto dei reati di truffa ed appropriazione indebita, le avrebbe in parte riversate sui conti della s.a.s., società formalmente riferibile al di lui figlio ma in realtà gestita dall’indagato, che si premurava anche di pagare i canoni di affitto e quanto dovuto all’Agenzia delle Entrate. La s.a.s, sostanzialmente riconducibile all’indagato, aveva acquistato una attività di ristorazione, sempre con somme a lui riconducibili.

Ciò posto, correttamente il Tribunale ha individuato la natura del sequestro disposto sui beni solo formalmente riferibili all’indagato, ma, in realtà, appartenenti al di lui genitore.

Si è fatto buon uso del principio secondo cui, in tema di autoriciclaggio il prodotto, il profitto o il prezzo del reato non coincide con il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dal reato presupposto, consistendo invece nei proventi conseguiti dall’impiego di questi ultimi in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative. Pertanto, l’acquisto della attività commerciale di ristorazione con i proventi dei reati presupposti di truffa e appropriazione indebita, costituisce profitto del reato di autoriciclaggio e legittima il sequestro ex art. 648 quater c. p. E ciò, con particolare riferimento al secondo comma della norma citata, posto che il sequestro si è esteso su beni del prestanome dell’indagato e, dunque, nella disponibilità di questi per interposta persona.

Infine, anche con riguardo al sequestro dell’autovettura intestata alla s.a.s., l’ordinanza è priva di vizi di legge, poiché la ragione del vincolo è stata fatta discendere dal fatto che tutta tale compagine, compresi i suoi beni strumentali come l’automobile, fosse alimentata con capitali rivenienti dalle truffe e appropriazioni indebite attribuite al padre del ricorrente, che gestiva il tutto attraverso il figlio suo prestanome ed odierno istante.

Sicché, è stata fatta corretta applicazione della regola, analogicamente estendibile al caso in esame, secondo la quale, il sequestro preventivo funzionale alla confisca del profitto del reato di cui all’art. 648-ter c.p., può riguardare una intera società e il relativo compendio aziendale quando sia riscontrabile un inquinamento dell’intera attività della stessa, così da rendere impossibile distinguere tra la parte lecita dei capitali e quella illecita.

 

 

Qui la sentenza.

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