Criteri di liquidazione del danno a carico dell’intermediario per l’acquisto di titoli ad alto rischio, senza adempiere agli obblighi informativi nei confronti del cliente.



3 min read

Nota a Cass. Civ., Sez. I, 27 agosto 2020, n. 17948.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte ha evidenziato che, per il caso di accoglimento della domanda di risoluzione per inadempimento del contratto, proposta dall’investitore, il disposto dell’art. 1458 c.c. prevede il diritto alle reciproche restituzioni, alla stregua della disciplina del pagamento dell’indebito e previa domanda di parte: atteso che, in caso di risoluzione per inadempimento del vincolo contrattuale, il venir meno della causa adquirendi comporta l’obbligo di restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso, secondo le regole dell’indebito oggettivo, operando le regole comuni, dettate dagli artt. 2033 ss. c.c.. La restituzione del capitale investito, da un lato, e la restituzione delle cedole corrisposte nonché dei titoli, dall’altro lato, costituiscono dunque l’oggetto delle reciproche obbligazioni derivanti dalla risoluzione del contratto.  

Nel caso in esame, tuttavia, non vi è stata pronuncia di risoluzione, ma solo condanna al risarcimento del danno, con la conseguente applicabilità del criterio già individuato con riferimento all’ipotesi di obbligazione risarcitoria da illecito aquiliano.   In sede di legittimità (Cass. 16088/2018; Cass. 12248/2013) è stato statuito che “la corretta applicazione del criterio generale della “compensatio lucri cum damno” postula che, quando unico è il fatto illecito generatore del lucro e del danno, nella quantificazione del risarcimento si tenga conto anche di tutti i vantaggi nel contempo derivati al danneggiato, perché il risarcimento è finalizzato a sollevare dalle conseguenze pregiudizievoli dell’altrui condotta e non a consentire una ingiustificata locupletazione del soggetto danneggiato” (in applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza di appello che aveva correttamente quantificato il danno, conseguente all’acquisto di obbligazioni argentine, in misura pari al capitale investito, sottraendo da tale importo il valore delle cedole riscosse ed il controvalore dei titoli concambiati, considerati un arricchimento derivante dal medesimo fatto illecito).   Invero, nella prestazione del servizio di negoziazione di titoli, qualora l’intermediario abbia dato corso all’acquisto di titoli ad alto rischio senza adempiere ai propri obblighi informativi nei confronti del cliente, il danno risarcibile consiste nell’essere stato posto a carico di detto cliente un rischio, che presumibilmente egli non si sarebbe accollato, e tale danno può essere liquidato “in misura pari alla differenza tra il valore dei titoli al momento dell’acquisto e quello degli stessi al momento della domanda risarcitoria, solo se non risulti che, dopo l’acquisto, ma già prima della proposizione di detta domanda, il cliente, avendo avuto la possibilità con l’uso dell’ordinaria diligenza di rendersi autonomamente conto della rischiosità dei titoli acquistati, né sussistendo impedimenti giuridici o di fatto al disinvestimento, li abbia, tuttavia, conservati nel proprio patrimonio: nel qual caso, il risarcimento deve essere commisurato alla diminuzione del valore dei titoli tra il momento dell’acquisto e quello in cui l’investitore si è reso conto, o avrebbe potuto rendersi conto, del loro livello di rischiosità” (Cass. 29864/2011; Cass. 28810/2013; Cass. 30902/2017; Cass. 10286/2018; Cass. 29353/2018).  

Come rilevato, poi, in altro precedente di legittimità, n. 12926/2018, al fine di accertare l’eventuale debito residuo dell’intermediario ed il suo ammontare, il giudice deve procedere alla comparazione tra grandezze economiche rese omogenee in termini di valore reale.  

A tal fine può:  

a) esprimere in moneta attuale tutti i valori, rivalutando dall’epoca del fatto la somma equivalente all’entità del danno e dall’epoca del versamento quella riscossa per la vendita dei titoli;  

b) ricondurre quest’ultimo importo al valore che, in termini di espressione monetaria, avrebbe avuto all’epoca del fatto produttivo del danno, rivalutando poi la differenza tra le due somme da comparare;  

c) rivalutare l’importo originariamente equivalente al danno sino all’epoca della vendita dei titoli, raffrontare i valori a quella data e rivalutare la differenza da tale data all’attualità;  

d) rapportare il valore monetario del prezzo di vendita e del danno a una data intermedia e quindi effettuare il calcolo tra il dare e l’avere.  

In definitiva, tuttavia l’ammontare delle cedole riscosse ed il valore residuo dei titoli, al valore ufficiale di quotazione all’epoca della decisione, non sulla base di un valore del tutto ipotetico e privo di puntuali riferimenti, che, in difetto di pronuncia di risoluzione con gli obblighi restitutori conseguenti, rimanevano in possesso degli investitori, andavano comunque calcolati, ai fini della liquidazione del danno dovuto.

 

 

Qui la pronuncia.

Ricerca avanzata


  • Categorie

  • Autori


  • Seleziona il periodo

Copy link
Powered by Social Snap