Errata segnalazione in Centrale Rischi: accertamento del danno (non patrimoniale) da lesione del credito commerciale.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 1 luglio 2020, n. 13264.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte – investita della problematica – ha precisato che l’accertamento del danno causato dalla lesione del credito commerciale esige l’accertamento d’un duplice nesso causale:   (a) un primo nesso tra la condotta illecita (nella specie: la erronea segnalazione alla centrale rischi) e la contrazione dei finanziamenti o la perduta possibilità dell’accesso al credito;   (b) un secondo nesso tra la contrazione dei finanziamenti e il peggioramento dell’andamento economico del soggetto danneggiato.   Ovviamente l’accertamento del primo nesso (da valutare con le regole della causalità materiale, ex art. 40 c.p.) non implica di per sé la sussistenza del secondo (da valutare con le regole della causalità giuridica, ex art. 1223 c.c.).   La chiusura, da parte d’un istituto bancario, delle linee di credito precedentemente accordate ad una società commerciale potrebbe infatti in teoria causarne la decozione tout court; oppure accelerarne una decozione che comunque era inevitabile; od ancora risultare irrilevante, ad esempio nel caso di società floride e sovracapitalizzate. Le pregresse condizioni economiche e patrimoniali della società che assume di essere stata danneggiata, pertanto, costituiscono un fatto materiale rilevante e centrale nell’accertamento del danno in esame, che la sentenza d’appello ha effettivamente trascurato di esaminare: sia in sé, sia in relazione alla illegittima segnalazione alla centrale rischi.   Pertanto, secondo la Cassazione, la sentenza d’appello va su questo punto cassata con rinvio alla Corte d’appello, in diversa composizione, affinché il giudice del rinvio prenda in esame il “fatto materiale” rappresentato dalle pregresse condizioni economiche e finanziarie della società, e valuti se queste abbiano causato, concausato o soltanto accelerato il danno di cui si è chiesto il risarcimento.   In relazione, poi, all’accertamento e alla liquidazione del danno non patrimoniale in favore di persone giuridiche, gli Ermellini ribadiscono quanto ripetutamente affermato in sede di legittimità, i.e. che il danno non patrimoniale, come qualsiasi altro tipo di danno, non può mai ritenersi in re ipsa, con la conseguenza che la relativa prova (beninteso, anche presuntiva) deve essere dapprima offerta da chi invochi il risarcimento, e quindi valutata dal giudice.   Da quanto precede discende che del pregiudizio in esame l’organo giudicante di merito deve accertare l’esistenza sotto due profili:   a) se ed in che misura il fatto illecito abbia nuociuto alla serenità degli amministratori della persona giuridica che afferma di essere stata danneggiata, e quindi di rimbalzo sulla società stessa;   b) se ed in che misura il fatto illecito abbia nuociuto all’immagine pubblica della persona giuridica.   Inoltre i suddetti pregiudizi non patrimoniali, per essere risarcibili, debbono superare una soglia minima di tollerabilità, ovviamente ben più elevata per le società commerciali rispetto alle persone fisiche, ché altrimenti si perverrebbe a ristorare come veri danni dei semplici fastidi o disagi.   Ed infatti la giurisprudenza di legittimità ha ritenuto conforme a diritto l’attribuzione del risarcimento del danno non patrimoniale sempre in casi di tangibile gravità, negandolo, per contro, in favore delle persone giuridiche, nel caso di fatti diffamatori a modesta diffusione oppure di fatti che, pur dannosi per la società, potevano non essere percepibili come tali dalla collettività.   Secondo la Suprema Corte, la sentenza impugnata manca della necessaria indagine sulla diffusione della notizia diffamatoria; sulla sua percepibilità da parte della collettività; sulla possibilità per fornitori e clienti di connettere il declino societario a quella notizia, piuttosto che ad altri fattori; sulla eccedenza del danno rispetto alla soglia della normale tollerabilità.   Per il che, anche sotto il profilo in esame, la sentenza de qua è stata cassata con rinvio.  

 

 

Qui la pronuncia.

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