Il diritto del correntista ad ottenere copia della documentazione del rapporto



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Nota a Cass. civ., Sez. VI, n. 12178 del 22 giugno 2020

di Marco Chironi 

Sommario: 1. Fatto 2. L’esigenza di certezza del diritto e ius exhibendum del correntista 2.1. (segue) Sul diritto del cliente ad ottenere copia del contratto 2.2. (segue) Sul diritto del cliente ad ottenere copia della documentazione contrattuale 3. La trasparenza come pietra miliare del rapporto banca – cliente.

Con ordinanza n. 12178 del 22 giugno 2020, la Suprema Corte di Cassazione, Sez. VI, ha affrontato il tema del riparto dell’onere probatorio nei giudizi di ripetizione di indebito avviati dai clienti, cassando la sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro n. 507/2018.

  1. Fatto

Nel caso in esame, la Corte distrettuale confermava la sentenza del giudice di prime cure che, a seguito della domanda proposta da un correntista. aveva azzerato il primo saldo in atti (30 marzo 1998), sul presupposto che la Banca avrebbe dovuto consegnare gli estratti conto dal 1 gennaio 1997 – così come era stato diligentemente richiesto dal correntista ex art. 119 comma T.u.b. – e, soprattutto, il documento contrattuale.

Avverso la decisione della Corte d’Appello proponeva ricorso per Cassazione la Banca.

I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso della Banca, precisando che, nella fattispecie oggetto della decisione, la Banca «ebbe ad ottemperare a quanto prescritto dalla richiamata norma (art. 119 comma 4 T.u.b.), che circoscrive l’obbligo dell’istituto di credito che ne sia richiesto alla consegna di copia della documentazione inerente alle singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni. Tale proposizione vale anche per il contratto di conto corrente, il quale datava 1992».

2. La certezza del diritto e ius exhibendum del cliente

Il principio enunciato dalla Suprema Corte nella pronuncia in commento più che fornire elementi utili per una interpretazione conforme alla ratio della normativa di settore e alle relative disposizioni, è destinato a suscitare un vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale[1]. Al contempo, il rischio concreto è quello di alimentare una sostanziale incertezza in tema di diritto del correntista ad ottenere la documentazione contrattuale (c.d. ius exhibendum[2]) e in ordine al riparto dell’onere probatorio nei giudizi promossi dai clienti.

Preliminarmente, giova soffermarsi, sull’animus legislativo che ha portato all’introduzione del d. lgs. 385/1993 (T.u.b.)[3] e, per quel che in questa sede interessa, del dettato dell’art. 119 T.u.b.

Il rapporto cliente – Banca è connaturato da una fisiologica disparità di forza contrattuale, in quanto, da un lato, vi è un soggetto non professionale (il cliente), dall’altro, vi è un soggetto professionale (la Banca), che attraverso la raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito[4] svolge la sua attività di impresa che, in quanto tale non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale (art. 41 Cost.) e sotto il coordinamento e il controllo della Repubblica (art. 47 Cost.)[5].

In tal guisa l’art. 1856 c.c. prescrive che “la banca risponde secondo le regole del mandato per l’esecuzione di incarichi ricevuti dal correntista o da altro cliente”.

Per l’importanza sociale ed economica assolta dalle banche, il legislatore, su sollecitazione dell’allora Comunità Europea, ha voluto colorare i tradizionali principi civilistici di buona fede, correttezza e diligenza, attraverso la previsione di specifici obblighi imposti in capo agli Istituti di credito e a tutela dei clienti.

In tale ottica, devono essere interpretate le disposizioni previste nel T.u.b., che sono state pensate come strumento di innalzamento della tutela del cliente e non, quindi, di una deroga in pejus dei principi civilistici.

In tema di rapporto di conto corrente, l’art. 119 T.u.b., rubricato «Comunicazioni periodiche alla clientela» è ritenuta una norma cardine, la cui portata, tuttavia, ha dato origine a interpretazioni difformi.

Inoltre, nei giudizi promossi dal correntista è stata costantemente valutata come norma di riferimento per regolare il relativo riparto dell’onere probatorio.

Per tali motivi, risulta fondamentale interpretarne il significato in chiave sistematica.

2.1 (segue) Sul diritto del cliente ad ottenere copia del contratto

Innanzitutto, giova evidenziare come l’art. 119 T.u.b. sia una norma di carattere generale nei rapporti bancari e finanziari di durata; tanto poiché è lo stesso comma 1 dell’art. 119 T.u.b. a rinviare all’art. 115 T.u.b. per individuare i soggetti che sono tenuti a tali comunicazioni, ovvero le banche e gli intermediari finanziari. Ciò premesso, l’art. 119 T.u.b. ai primi due commi prescrive le tempistiche e le modalità di comunicazioni periodiche cui la Banca è tenuta in favore dei clienti, specificando un preciso regime per i rapporti regolati in conto corrente e, specificando come in tali rapporti le comunicazioni periodiche siano gli estratti conto (comma 2 art. 119 T.u.b.).

Diversamente nel comma 4 dell’art. 119 T.u.b., il legislatore, operando la medesima scelte effettuata per il comma 1 del medesimo articolo, ha previsto una disciplina generale per i rapporti bancari, prescrivendo che «il cliente, colui che gli succede a qualunque titolo e colui che subentra nell’amministrazione dei suoi beni hanno diritto di ottenere (…) copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni».

Tale previsione non deve trarre in inganno e, pertanto, deve essere oggetto di opportune precisazioni:

  1. il comma 4 dell’art. 119 T.u.b. è una disciplina di carattere generale;
  2. il limite decennale si riferisce a singole operazioni.

Ebbene, nella norma non vi è alcun cenno o richiamo al documento contrattuale, posto alla base del rapporto negoziale, sicché si deve assolutamente escludere che la Banca possa rifiutarsi di consegnare al cliente tale documento o, addirittura, non conservarlo. Invero, già solo dalla lettura della rubrica dell’art. 119 T.u.b., «Comunicazione periodiche alla clientela», si comprende come tale disposizione non si applichi al documento contrattuale.

Pertanto, quanto statuito dalla Suprema Corte nell’ordinanza n. 12178/2020 non può essere in alcun modo condiviso. Giungere ad un’interpretazione difforme, secondo cui il correntista avrebbe diritto ad ottenere copia del contratto solo se stipulato nel limite decennale dalla sua richiesta, significherebbe violare non solo la normativa di settore, ma anche i tradizionali principi civilistici.

La palese infondatezza di tale ragionamento è dimostrata dalla paradossale circostanza che si verificherebbe nell’ipotesi in cui il correntista agisca per accertare l’importo di dare/avere, nel caso di rapporto ancora in essere. Infatti, seguendo tale orientamento il correntista che non abbia ancora estinto il suo conto corrente non avrebbe diritto alla copia del contratto, qualora lo stesso fosse sorto antecedentemente al limite decennale, anche nell’eventualità in cui tale contratto regoli un rapporto ancora esistente e sulla base del quale la Banca effettua degli addebiti.

Suddetta conclusione svuoterebbe il contenuto delle norme in tema di mandato, così come richiamate dall’art. 1856 c.c., nonché l’obiettivo del legislatore perseguito attraverso l’introduzione del T.u.b., introducendo, di fatto, uno strumento non di tutela del cliente, ma di penalizzazione.

2.2.(segue) Sul diritto del cliente ad ottenere copia degli estratti conto

Dopo aver precisato come l’ambito di applicazione oggettivo dell’art. 119 T.u.b. comma 4 non riguardi anche il contratto regolatore dei rapporti bancari, occorre affrontare il tema concernente il diritto del correntista di ottenere copia degli estratti conto.

Analogamente a quanto supra evidenziato, giova porre su due piani differenti le richieste documentali riguardanti le singole operazioni e le esigenze di accesso alla documentazione di più ampia portata[6], che trovano base normativa nei commi 1 e 2 dell’art. 119, dal momento che in casi siffatti chi presenta la richiesta si limita ad avere un duplicato di documenti che la Banca avrebbe già dovuto inviare al cliente[7].

Tale assunto è stato condiviso dal Tribunale di Napoli[8] e dal Collegio ABF[9], secondo cui «già dalla lettura della norma risulta evidente la distinzione tra i documenti sintetici (menzionati al primo e al secondo comma) e i documenti inerenti alle singole operazioni (menzionati al quarto comma). Le due categorie sono soggette ad una disciplina profondamente diversa, avendo natura giuridica e funzione del tutto distinte».

I documenti sintetici corrispondono ai documenti in cui in forma sintetica sono raggruppate le operazioni compiute in un determinato periodo, con lo scopo di rappresentare in maniera chiara e sintetica tutti i rapporti di debito/credito tra le parti. «Per i rapporti regolati in conto corrente il secondo comma dell’art. 119 espressamente prevede che tale documento di sintesi sia rappresentato dall’estratto conto».

Inoltre, tali documenti di sintesi hanno lo scopo di consentire al cliente di controllare l’andamento integrale del suo rapporto, con la conseguenza che «la banca ha l’obbligo di conservazione di tali documenti dall’apertura del contratto fino alla sua chiusura».

Per tali motivi, è errato ritenere che la disciplina del comma 4 dell’art. 119 T.u.b. ricomprenda anche la nozione di estratti conto, con conseguente obbligo per la Banca di conservazione dei documenti contabili solo per l’ultimo decennio, in quanto contrariamente alla complessiva ratio della suddetta disposizione, il cliente sarebbe privato «del diritto all’informazione e, conseguentemente, significherebbe far venire meno l’obbligo di trasparenza della banca».

Del resto, l’estratto conto, lungi dall’essere “una singola operazione posta in essere” rappresenta, esclusivamente, una comunicazione periodica alla clientela che consente, alla stessa, di avere un resoconto delle somme di dare/avere tra le parti.

Invero, lo stesso art. 119 fa rinvio ad una delibera del CICR[10] per l’individuazione del contenuto e delle modalità della comunicazione. Il secondo comma dell’art. 12 di tale delibera prevede che “La Banca d’Italia emana disposizioni attuative, tenendo anche conto delle caratteristiche dei rapporti e delle esigenze di tutela delle diverse fasce di clientela, e può prevedere che esse non si applichino, in tutto o in parte, agli intermediari che non hanno un’organizzazione stabile nel territorio della Repubblica”. In ossequio a tale diposizione, la Banca d’Italia, come ricordato dal Tribunale di Napoli, ha adottato delle Istruzioni il 25 luglio 2003 in cui all’art. 3 è specificato come gli estratti conto siano dei documenti di sintesi che devono essere inviati con periodicità annuale, o, a scelta del cliente, con periodicità semestrale, trimestrale o mensile, in cui vengono riportate tutte le condizioni in vigore e le movimentazioni del saldo.

Le conclusioni cui è pervenuta la Suprema Corte si pongono altresì in contrasto con precedenti pronunce dei giudici di legittimità. In particolare, recentemente la Cassazione[11] aveva statuito che «Nel caso di domanda proposta dal correntista, l’accertamento del dare e avere può del pari attuarsi con l’utilizzo di prove che forniscano indicazioni certe e complete atte a dar ragione del saldo maturato dall’inizio del periodo per cui sono stati prodotti gli estratti conto; ci si può inoltre avvalere di quegli elementi i quali consentano di affermare che il debito, nell’intervallo temporale non documentato, sia inesistente o inferiore al saldo passivo iniziale del primo degli estratti conto prodotti, o che permettano addirittura di affermare che in quell’arco di tempo sia maturato un credito per il cliente stesso; diversamente si devono elaborare i conteggi partendo dal primo saldo debitore documentato».

In altri termini, l’ultima citata pronuncia ha chiaramente ammesso la possibilità di applicare il c.d. saldo zero, anche nell’ipotesi di azione promossa del correntista, ponendo un rapporto tra regola (produzione integrale di estratti conto) ed eccezione (mancanza di integrale produzione degli estratti conto), con la precisazione che in tale ultima ipotesi, il giudicante si possa avvalere di ulteriori elementi presuntivi.

Orbene, tale principio appare in palese contraddizione rispetto a quanto statuito dalla Corte di Cassazione nell’ordinanza in commento.

Invero, dalla lettura dell’ordinanza, sembrerebbe che fosse stato accertato, con passaggio in giudicato, che la Banca avesse effettuato illegittimi addebiti per tutta la durata del rapporto e che quindi la somma risultante dal primo estratto conto disponibile fosse da ciò inficiata.

Tuttavia, alla luce di quanto statuito dall’ordinanza in questione, non si comprende in quali fattispecie si possa procedere ad un azzeramento del saldo, così come ammesso chiaramente in altri precedenti della Suprema Corte n. 11543/2019.

3. La trasparenza come pietra miliare del rapporto banca – cliente

In definitiva, posto che non vi è dubbio della circostanza per cui il legislatore abbia inteso con l’introduzione del T.u.b. rendere la trasparenza[12] una pietra miliare del rapporto banca – cliente, occorre procedere con un’interpretazione sistematica delle norme che non contrastino con la ratio della normativa di settore e che, soprattutto, rafforzino le tutele del cliente, in primis, attraverso l’accesso alla documentazione contrattuale, anche per evitare di attribuire a diverse disposizioni un significato meramente programmatico senza alcun valore precettivo.


[1] Sia consentito il richiamo a M. CHIRONI, Banche, trasparenza e rendiconto: alcune decisioni chiarificatrici, in questa Rivista.

[2] L’espressione è utilizzata da Cass. civ. 3875/2019, in questa Rivista.

[3] Sul tema v. l’autorevole riflessione di F. GRECO, Nullità selettiva…esiste ancora la riflessione?, in questa Rivista.

[4] L’art. 10 del T.u.b. definisce in tal modo l’attività bancaria.

[5] Per un approfondimento sull’art. 47 Cost., M. CHIRONI, «Illegittima segnalazione alla centrale rischi tra polifunzionalità della responsabilità civile e sanzioni punitive», in Resp. Civ. prev. fasc. 6, 2019, p. 1982.

[6] Cfr. A. URBANI, Commentario al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, a cura di F. CARPIGLIONE, Cedam, Quarta Edizione, Tomo Terzo, 1901 ss.

[7] Sul punto, PORZIO, Commento sub art. 119, in Testo Unico bancario. Commentario, a cura di Porzio et alii, Milano, 2010, p.1001.

[8] Trib. di Napoli, sent. 31.1.2020, in questa Rivista.

[9] ABF, Collegio di Roma, decisione 22 gennaio 2020, n. 1045, consultabile su questa Rivista.

[10] Delibera CICR del 4 marzo 2003, consultabile su www.mef.gov.it.

[11] Cass. civ. Sez. I 11543 del 2 maggio 2019, in questa Rivista; v. anche nota di R. Bencini, Produzione incompleta degli estratti di conto corrente: alla ricerca del saldo attendibile, in Diritto & Giustizia, fasc. 79, 2019, 5; Cass. civ., Sez. VI, 4 febbraio 2020 n. 2435, in questa Rivista; Cass. civ. Sez. I, 3 dicembre 2019, n. 31562, in questa Rivista.

[12] F. GRECO – M. LECCI, La trasparenza bancaria, tra regole di disclosure, product governance, consumer behaviour e digitalizzazione del mercato, Pacini giuridica, 2020.

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