La Suprema Corte in tema di autoriciclaggio.



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Nota a Cass. Pen., Sez. VI, 4 maggio 2020, n. 13571.

di Donato Giovenzana

 

La Suprema Corte, nel respingere il gravame avanzato, ha qualificato la condotta dell’imputato come trasferimento del denaro provento del reato presupposto, finalizzato non già al godimento personale, bensì ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni, tale, quindi, da configurare l’autoriciclaggio, confermando, peraltro, l’orientamento già espresso in subjecta materia[1]:

“Quanto al quarto comma dell’art. 648-ter.1 cod. pen. richiamato dal ricorrente, i relativi rilievi sollevati dal ricorrente vengono ad investire la tenuta logica della motivazione della sentenza impugnata, che sul punto non si presenta né assente né apparente, e sono in ogni caso aspecifici. La Corte di appello ha infatti escluso che il fatto ascritto al ricorrente fosse sussumibile nell’ipotesi sopra indicata, rilevando che, come emergeva dalle sentenze sanmarinesi di primo grado e di appello, la condotta del [omissis]era consistita in trasferimenti su conti esteri di danaro, provento di reato da lui commessi, avvenuti non per fini di mera utilizzazione o di godimento personale, bensì per ostacolarne concretamente l’identificazione della origine delittuosa grazie all’utilizzo di strumenti di schermo, quali il mandato fiduciario.

Quanto, poi, in particolare, alla somma di 390.330,39 euro, oggetto della confisca per equivalente da eseguire in Italia, è appena il caso di rilevare che tale somma riguardava il mandato fiduciario, intestato al[omissis], depositato presso la [omissis]Banca spa, somma non reperita dalle autorità giudiziarie sanmarinesi in esecuzione delle misure cautelari reali, in quanto già trasferita dal ricorrente in Gran Bretagna. In relazione a tale mandato, il ricorrente rispondeva invero, a titolo di autoriciclaggio, per il trasferimento 1’8 novembre 2013 di 390.330 euro dal conto sanmarinese al suo conto inglese presso [omissis], giustificata per l’acquisto di un immobile, che veniva, secondo le autorità sanmarinesi, a costituire il successivo impiego per “trasformare il danaro”.

Pertanto, non emergeva all’evidenza l’ipotesi di non punibilità di cui all’art. 648 ter.1, quarto comma, cod. pen., che è integrata soltanto nel caso in cui l’agente utilizzi o goda dei beni provento del delitto presupposto in modo diretto e senza compiere su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa (Sez. 2, n. 13795 del 07/03/2019)”.

 

 

Qui il testo della pronuncia.


[1] Il riferimento è a Cass. Pen., Sez. II, 16 luglio 2019, n. 36522, per cui «In tema di autoriciclaggio, l’ipotesi di non punibilità di cui all’art. 648-ter.1, comma 4, c.p. è integrata soltanto nel caso in cui l’agente utilizzi o goda dei beni provento del delitto presupposto in modo diretto e senza compiere su di essi alcuna operazione tesa all’impiego, alla sostituzione o al trasferimento dei proventi illeciti in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della provenienza delittuosa dei detti proventi illeciti. La non punibilità, infatti, trova una sua logica e coerente spiegazione nel divieto del ne bis in idem sostanziale (punizione di due volte per lo stesso fatto), ma solamente a condizione che l’agente si limiti al mero utilizzo o godimento dei beni provento del delitto presupposto senza che ponga in essere alcuna attività decettiva al fine di ostacolarne l’identificazione quand’anche la suddetta condotta fosse finalizzata ad utilizzare o meglio godere dei suddetti beni (nella specie, relativa a vicenda cautelare, la Corte ha ritenuto correttamente ravvisato il reato, in relazione al contestato investimento in attività imprenditoriali e speculative di una somma di denaro provento di truffa).».

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