Intermediazione finanziaria: contratto – quadro e contenuto per relationem.



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Nota a Cass. Civ., Sez. VI, 25 febbraio 2020, n. 5267.

di Antonio Zurlo

 

 

 

 

Le circostanze fattuali.

Un investitore aveva convenuto, innanzi al Tribunale di Milano, la propria Banca, in relazione all’acquisto di alcuni titoli, allegando l’inesistenza/nullità del contratto di negoziazione, ricezione e trasmissione di ordini in strumenti finanziari (il c.d. “contratto quadro”) e chiedendo, consequenzialmente, l’accertamento della nullità degli ordini di borsa aventi a oggetto i titoli prefati.

Il Tribunale aveva respinto la domanda. La Corte d’Appello, per contro, aveva accolto l’impugnazione proposta dallo stesso investitore, con declaratoria di nullità del contratto quadro di negoziazione e conseguenti obblighi restitutori reciproci a carico di entrambe le parti. Più nello specifico, il giudice del gravame aveva ritenuto che non fosse stata data prova, da parte della Banca, dell’esistenza del contratto quadro, dal momento che l’unico documento sottoscritto dal cliente, denominato “Modulo di apertura del contratto di negoziazione”, era una dichiarazione unilaterale, priva di clausole negoziali e, segnatamente, della firma contestuale dello stesso Intermediario finanziario. Di talché, nonostante l’investitore, con la sottoscrizione del detto modulo, avesse dichiarato «ai sensi degli articoli 1341 e 1342 c.c. di approvare le norme riportate sul retro e nell’Allegato 1», tale circostanza non poteva, comunque, ritenersi sufficiente, giacché, nel retro, non era riportato il contenuto delle clausole c.d. vessatorie, ma solo la loro rubrica e, al contempo, il menzionato Allegato 1 (contente le “Condizioni generali di contratto”), oltre a non essere stato da questo sottoscritto, non era neppure allegato fisicamente al “Modulo”.

Avverso tale pronunciamento, la Banca proponeva ricorso per cassazione, lamentando: con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione degli artt. 1341, 1342, 1362, 1321, 1322 e 1326 c.c., nonché dell’art. 37, secondo comma 2, del Regolamento CONSOB n. 16190/2007; con il secondo, la violazione e falsa applicazione dell’art. 23 TUF.

Nello specifico, l’Istituto sosteneva che dalla redazione e sottoscrizione del contratto, a cura dell’investitore, si potesse evincere inequivocabilmente la piena accettazione delle condizioni generali, contenute nell’Allegato 1, e di quelle particolari riportate sul retro del modulo, che costituivano parte integrante del contratto sottoscritto; contestualmente, evidenziava come non fosse retraibile da alcuna disposizione normativa che le medesime condizioni generali dovessero essere fisicamente inserite nel contratto e non richiamate per relationem. In relazione alla seconda censura, a giudizio della ricorrente, la Corte territoriale aveva erroneamente ritenuto che la sottoscrizione del contratto da parte del solo cliente non fosse sufficiente a dare la richiesta validità ad substantiam, ai sensi dell’art. 23 TUF, al contratto finanziario oggetto di contestazione.

 

La decisione della Corte.

La Sesta Sezione, trattandoli congiuntamente, reputa i due motivi di ricorso fondati e meritevoli di accoglimento.

Invero, le Sezioni Unite hanno affermato che «in tema d’intermediazione finanziaria, il requisito della forma scritta del contratto – quadro, posto a pena di nullità (azionabile dal solo cliente) dall’art. 23 del d.lgs. n. 58 del 1998, va inteso non in senso strutturale, ma funzionale, avuto riguardo alla finalità di protezione dell’investitore assunta dalla norma, sicché tale requisito deve ritenersi rispettato ove il contratto sia redatto per iscritto e ne sia consegnata una copia al cliente, ed è sufficiente che vi sia la sottoscrizione di quest’ultimo, e non anche quella dell’intermediario, il cui consenso ben può desumersi alla stregua di comportamenti concludenti dallo stesso tenuti.»[1]. Principio cui la Corte territoriale dovrà necessariamente attenersi, in sede di rinvio.

In merito al contenuto del contratto retraibile per relationem da altri e distinti documenti, va ribadito che «il richiamo delle previsioni contenute in un distinto documento (nella specie, una convenzione – tipo predisposta dal Ministro competente, contenente una clausola compromissoria) effettuato dalle parti contraenti, sulla premessa della piena conoscenza di tale documento, assegna alle predette previsioni per il tramite di relatio perfecta il valore di clausole liberamente concordate.»[2], senza necessità di una specifica approvazione per iscritto, ai sensi dell’art. 1341 c.c.[3]. Tali principi possono essere mutuati e applicati anche in tema d’intermediazione finanziaria, laddove «…il requisito della forma scritta del contratto quadro imposta dall’art. 23 del d.lgs. n. 58 del 1998 è adempiuto anche quando le parti richiamino per iscritto elementi contenuti in un diverso atto, cui espressamente e specificamente si riportano.»[4], e dovranno, anche in questo caso, costituire il criterio informatore di valutazione degli atti sottoposti (nuovamente) all’esame del giudice del gravame.


[1] Il riferimento è a Cass. Civ, Sez. Un., 16 gennaio 2018, n. 898.

[2] V. Cass. Civ., Sez. I, 11 dicembre 2002, n. 17646, in dejure.it.

[3] Cfr. Cass. Civ., Sez. I, 19 ottobre 2012, n. 18041, in dejure.it; Cass. Civ., Sez. II, 14 aprile 2016, n. 7403, in dejure.it.

[4] V. Cass. Civ., Sez. I, 10 aprile 2018, n. 8751, in dejure.it.

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