Importante pronuncia sulla pubblicità/funzione dell’indice sintetico di costo (lievemente difforme)



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 Tribunale di Torino, sent. n. 4881 del 17.10.2018

di Marco Chironi

 


La sentenza in questione affronta il noto problema della distinzione tra TAEG/ISC nei mutui fondiari ipotecari con ampi richiami alla normativa sul credito di consumo.

Fatti di causa

Gli attori chiedevano al giudice adito di accertare che l’istituto di credito avesse applicato un Indice Sintetico di costo superiore a quello pubblicizzato e pertanto, chiedevano di dichiarare la nullità della clausola determinativa degli interessi, con automatica sostituzione di suddetti interessi con il Tasso minimo BOT registrato nei 12 mesi precedenti, ai sensi dell’art. 117 comma 7 Tub. Per l’effetto, chiedeva di condannare la Banca al pagamento, in favore degli istanti, dell’importo di € 10.543,62.

Si deve rilevare che, dall’analisi della documentazione relativa al menzionato contratto e ai relativi allegati (oltre che del piano di ammortamento applicato al cennato mutuo) finalizzata a verificare (utilizzando la formula di matematica finanziaria prevista dalla Banca d’Italia) se l’indicatore sintetico di costo (I.S.C.) indicato dall’odierna intimata in sede di stipula del medesimo corrispondesse all’effettivo I.S.C. applicato al contratto, è emersa una differenza tra l’I.S.C. indicato nel richiamato contratto (pari al 4,86%) e l’I.S.C. concretamente applicato (pari al 5,01%), con una differenza pari a 0,15% a carico degli odierni ricorrenti.

Ragioni di diritto

Il Tribunale di Torino rigetta le domande di parte attrice.

In primo luogo, viene rilevato che l’ISC sia un mero indicatore, e non già un tasso, un prezzo o una condizione. In particolare, l’ISC è un mero indicatore previsto dalla normativa vigente ai fini della trasparenza bancaria. Non è esso stesso la pattuizione (e quindi il tasso, il prezzo o una condizione contrattuale) ma un mero indice del costo effettivo del finanziamento o della sovvenzione, imposto e previsto ai soli fini informativi. Non essendo un tasso, un prezzo o una condizione deve pertanto escludersi – ad avviso del Tribunale – l’applicabilità dell’evocato articolo 117 comma 6 del T.U.B..

Inoltre, il giudice, ritiene che nel nostro ordinamento non si rinvenga una previsione di invalidità per la fattispecie evocata, in quanto di una simile disciplina vi è traccia solo nell’art. 125 bis Tub, ovvero per il solo caso di credito al consumo. In particolare, tale articolo prevede che, ove il TAEG indicato nel contratto non sia stato determinato correttamente, le clausole che impongono al consumatore costi aggiuntivi sono da considerarsi nulle.

Appare allora evidente – applicando il canone ermeneutico dell’argomento a contrario espresso dal brocardo latino “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit” – che, “qualora il legislatore avesse voluto sanzionare con la nullità la difformità tra ISC e TAEG dichiarati e ISC e TAEG concretamente applicati, anche nell’ambito di operazioni diverse dal credito al consumo, allora lo avrebbe espressamente previsto con una specifica norma dal tenore analogo a quella di cui all’art. 125 bis, comma 6 TUB.  Una tale previsione, tuttavia, non si riscontra nell’ambito dell’art. 117 comma 6 del T.U.B., e, dunque, deve inferirsi che l’erronea applicazione dell’ISC rispetto a quanto indicato in contratto non comporta alcuna nullità ai sensi della cennata disposizione”.

Ad ogni buon conto, non potendo la violazione dell’obbligo informativo determinare l’invalidità del contratto di mutuo, può tuttavia corrispondere ad una fonte di responsabilità contrattuale dell’intermediario a fini risarcitori, che tuttavia nel caso di specie non è stata oggetto di domanda attorea.

In secondo luogo, a tutto concedere, l’invocazione dell’articolo 117 comma 6 del T.U.B. risulta altresì infondata. Difatti, nel caso in esame, e a prescindere dall’effettiva sussistenza della differenza sopra richiamata (pari a 0,15%), parte attrice non ha fornito alcuna prova di pubblicizzazione di alcun tasso, o condizione, o di adesione a offerte commerciali fatte oggetto di pubblicità o comunicazione rivolta alla generalità dei consumatori. Il contratto in parola è stato invero stipulato avanti al Notaio rogante e non già mediante adesione ad offerte rivolte al pubblico.

Rebus sic stantibus, non rinvenendosi condizioni pubblicizzate cui paragonare quelle indicate in contratto, deve escludersi l’operatività dell’invocata norma di cui all’articolo 117 comma 6 del T.U.B.. 

Considerazioni conclusive

La decisione in questione suscita molto interesse, ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda di precedenti pronunce del Trib. di Roma e di Milano[1], ma ponendosi in contrasto con altri precedenti giurisprudenziali[2].

A tal proposito, risulta fondamentale comprendere quale sia la funzione dell’ISC.

Al riguardo si segnala che un orientamento reputi come l’ISC sia un mero indicatore che esprime in termini percentuali il costo totale effettivo del credito erogato, non potendosi escludere, pertanto, la possibilità che non indichi tutti i costi che effettivamente il cliente dovrà pagare[3]. Contrariamente, orientamento opposto afferma che esso rappresenti uno strumento idoneo a rendere effettivo il consenso della parte più debole del rapporto e conseguentemente, che sia sanzionabile un’eventuale difformità tra ISC pubblicizzato ed ISC applicato.

Ad ogni buon conto, bisogna rilevare come nel caso di specie, non sia stata provata alcuna pubblicizzazione di tassi di interessi. Inoltre, il contratto è stato stipulato innanzi ad un notaio e la discrasia tra ISC pubblicizzato e ISC applicato risulta di lieve entità (0,15%), tale da non poter condurre alla conclusione che qualora il cliente fosse venuto a conoscenza dell’effettivo ammontare dell’ISC, avrebbe desistito dalla stipulazione del contratto.

[1] Sul punto si veda, Tribunale di Milano, sent. 10832 del 26.10.2017 con nota di M. CHIRONI, Conseguenze della difformità tra ISC e TAEG; Ord. Trib. di Roma, n. 72029 del 19 aprile 2017, che fa leva della funzione meramente informativa dell’ISC.

[2] Cfr. Trib. di Chieti, 23 aprile 2015, n. 230; Trib. di Napoli, 25 maggio 2015, n. 7779.

[3] Sul punto si veda, Tribunale di Roma, sent. 10007 del 16.05.2018, con nota di M. LECCI, Tribunale Roma: Temo, sommatoria interessi corrispettivi e moratori e omessa indicazione ISC

 

Qui la pronuncia: Trib. Torino, sentenza n. 4881 del 17.10.2018 

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