Spetta al giudice individuare la natura della rimessa – Valerio Pennetta



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Cass. Civ., Sez. VI, Ordinanza n. 18581 del 26.07.2017

di Valerio Maria Pennetta

 


Con l’ordinanza del 26 luglio 2017, n. 18581, la Sesta sezione civile della Corte di Cassazione ha affrontato la sempre attuale questione relativa alla differenza tra rimesse ripristinatorie e solutorie, ai fini della corretta applicazione della disciplina della prescrizione del diritto di ripetizione dell’indebito[1]. La lite vede come protagonisti una società a responsabilità limitata e un istituto bancario. La curatela del fallimento della s.r.l. citava in giudizio l’istituto bancario chiedendo la ripetizione delle somme indebitamente percepite da quest’ultimo in adempimento di un contratto di conto corrente assistito da apertura di credito, nel quale erano pattuiti interessi quantificati in base al c.d. uso su piazza ed era inoltre prevista la capitalizzazione trimestrale degli stessi. L’attore aveva quantificato l’indebito in € 38.000.

La banca, costituitasi dinnanzi al Tribunale di primo grado, eccepiva la nullità del ricorso nonché la prescrizione del diritto alla ripetizione. La causa veniva decisa, ai sensi dell’art. 186quater c.p.c., con ordinanza, la quale condannava la banca al pagamento di una somma di denaro quantificata in € 52.417,22, oltre interessi legali.

La banca propone appello dinnanzi alla Corte d’appello di Lecce, la quale, con sentenza pubblicata l’11 febbraio 2015, accoglie l’appello principale, respingendo quello incidentale presentato dalla società appellata ai sensi degli articoli 333 e 334 c.p.c.

Avverso tale sentenza la curatela propone ricorso in Cassazione, adducendo tre motivi.

  1. Violazione dell’art. 345 c.p.c., in quanto la Corte d’appello di Lecce ha permesso l’ingresso di nuove eccezioni, vietate dal predetto articolo che si assume violato. Infatti, osserva il ricorrente, la banca introduce solo in appello la distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie, adducendo la prescrizione delle rimesse solutorie, il cui dies a quo decorre dal momento in cui il versamento in c/c si è verificato. Dinnanzi al Tribunale di primo grado, invece, la banca aveva in termini generali eccepito la prescrizione del diritto alla ripetizione dell’indebito, senza distinguere le rimesse ripristinatorie da quelle solutorie, donde la violazione del 345 c.p.c. Inoltre, osserva il ricorrente, la circostanza della introduzione della differenza tra i due tipi di rimesse richiedeva anche l’indicazione specifica dell’entità dell’affidamento concesso al correntista e dunque l’eccedenza rispetto al limite, ai fini della dimostrazione della natura solutoria delle rimesse;
  2. Violazione degli articoli 163 e 164 c.p.c., in quanto la banca, nell’eccepire la prescrizione delle rimesse solutorie, avrebbe avuto l’onere di indicare i fatti costitutivi, ovvero l’entità dell’affidamento e le singole rimesse in relazione alle quali si eccepiva la prescrizione del credito (il corsivo è citazione della sentenza). Inoltre la curatela sosteneva che il conto corrente non fosse affidato, dunque la natura affidataria del conto corrente era contestata;
  3. Violazione degli articoli 2909 c.c., 324 e 329 c.p.c., in quanto la banca, nel proporre l’appello avverso l’ordinanza definitoria del primo grado di giudizio, aveva omesso di indicare apposita censura nella parte del provvedimento giudiziario in cui il Tribunale aveva considerato tutte le rimesse di tipo ripristinatorio, dunque, a detta del ricorrente, sul punto si era formulato il c.d. giudicato implicito, violato dalla Corte d’appello di Lecce nel momento in cui si pronunciata sulla natura delle rimesse, considerandone alcune di natura solutoria.

La Corte di Cassazione tratta congiuntamente i tre motivi del ricorso. Innanzitutto gli ermellini rilevano come il conto corrente sia di natura affidataria, in quanto detto affidamento, di £ 200.000.000, risultava dalla documentazione presentata dalla curatela del fallimento, compresi dunque gli estratti conto assunti in primo grado. La Corte d’appello, nominando un consulente tecnico, aveva ricostruito il rapporto dare – avere tra correntista e istituto di credito, rilevando un credito di quest’ultimo, con conseguente rigetto della domanda dell’attore. Inoltre il consulente tecnico, per mezzo degli estratti conto, era riuscito a distinguere i versamenti solutori da quelli ripristinatori. Sul punto la Corte di Cassazione richiama la nota sentenza Cass. Sez. U. 2 dicembre 2010, n. 24418, secondo cui l’azione di ripetizione dell’indebito, presentata dal correntista il quale lamenti la capitalizzazione trimestrale degli interessi, è soggetta all’ordinario termine di prescrizione decennale, il quale decorre dal momento in cui c’è il formale atto di chiusura del c/c nel caso di versamenti in c/c di tipo ripristinatori della provvista, mentre dal momento in cui il versamento è effettuato nel caso di versamenti in c/c di tipo solutorio. Sul punto l’argomentare della Suprema Corte è chiaro e coinciso: il pagamento che può dar vita ad una pretesa restitutoria è esclusivamente quello che si sia tradotto nell’esecuzione di una prestazione da parte del solvens, con conseguente spostamento patrimoniale in favore dell’accipiens, evenienza, questa, che si verifica solo nel caso di versamenti solutori, effettuati dal correntista al fine di “rientrare” da una situazione di scoperto (ovvero di superamento del fido) oppure al fine di rientrare in positivo (nel caso di assenza di fido). Ricordiamo, infatti, che i versamenti ripristinatori sono quelli che, appunto, ripristinano la provvista, in assenza di una situazione di scoperto, caso, questo, in cui non si può parlare di uno spostamento patrimoniale di una somma di denaro dal solvens all’accipiens. La Cassazione afferma come la natura delle rimesse in c/c si desume dagli estratti conto, acquisiti al processo in primo grado. Dunque spetta al giudice indagare la natura della rimessa impiegando la documentazione acquisita al processo. Il carattere solutorio o ripristinatorio delle singole rimesse, osserva la Corte, non incide sul contenuto dell’eccezione, che rimane lo stesso, indipendente dalla natura, solutoria o ripristinatoria, dei singoli versamenti (il corsivo è citazione della sentenza). Ne discende l’infondatezza dei primi due motivi. Dunque non è la banca che deve dimostrare la natura delle rimesse, indicando l’entità dell’affidamento e la situazione del correntista rispetto ad esso (si ricordi sul punto l’orientamento della Cass. 4518/2014 e 24418/2010, secondo cui, nel caso in cui il contratto di apertura del credito non è in contestazione, la natura ripristinatoria dei versamenti è presunta, circostanza che non si è verificata nel caso di specie, in quanto il correntista asseriva che il conto corrente non era affidato).

Con riferimento al terzo motivo, la Corte osserva come non vi è violazione principio del tantum devolutum quantum appellatum in quanto, come si legge nella sentenza, il giudizio d’appello, pur limitato all’esame delle sole questioni oggetto di specifici motivi di gravame, si estende ai punti della sentenza di primo grado che siano, anche implicitamente, connessi a quelli censurati.

Per questi motivi la Corte di Cassazione rigetta il ricorso.

[1] Pennetta Valerio Maria, Rimesse solutorie: prescrizione e formulazione dell’eccezione, in www.dirittodelrisparmio.it

Qui la sentenza: Cass. Civ., Sez. VI Ordinanza 18581 del 26.07.2017

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